Prima di riprendere il discorso

E’ chiara dal mio precedente intervento l’impostazione profondamente diversa della mia ricostruzione della storia musicale. Il ritrovamento delle vere fondamenta dell’oggetto musicale ci porterà così all’armonioso passaggio da quelle che chiamiamo musica colta alla (cosiddetta) musica popolare di consumo.
Nel contempo possiamo inserire il tema della libertà d’espressione musicale nel periodo delle grandi dittature e fermarci ad una preliminare osservazione prima di continuare: i regimi politici hanno poco o nulla influito sull’espressione dei valori affettivi e musicali dei musicisti mediante la propria musica. In sostanza il clima politico non ebbe ripercussioni sull’affermarsi di un certo numero di talenti nelle varie zone europee; quindi sia sotto regimi dispotici che sotto regimi liberal-democratici abbiamo l’affermarsi dei vari Stravinskj, Puccini, Berg, Debussy, Dvorak, Gershwin, Prokofiev, Shostakovich. Così se l’affermarsi di personalità musicali nei regimi liberali è apparentemente semplice da spiegarsi (Schoenberg in realtà ci descrive i limiti di questa libertà) non altrettanto si può affermare degli esponenti attivi in terra russa.

Il caso di Shoastakovic ci fornisce alcune importanti indicazioni. Nella sua vita troviamo la possibilità di far emergere il proprio valore musicale all’interno delle pesanti limitazioni del regime staliniano. Molti affermano che in uno stato di libertà espressiva totale il compositore russo ci avrebbe regalato i suoi maggiori capolavori. Del resto il suo carteggio ci mostra una evidente attrazioni verso i nuovi linguaggi musicali del primo Novecento europeo. Ma siccome gli studiosi confondono la monumentalità del talento dei compositori con la monumentalità della loro vita, essi dipingono i ritratti dei musicisti con una sorprendente coincidenza tra la perfezione delle loro opere, con tanto di minuziosa e musicologica descrizione, ed una vita intellettualmente coerente pur con qualche difetto nella personalità. Non mancheranno poi di collegare sensatamente questi difetti con la creatività del compositore. Niente di più fuorviante.
L’epistolario di Shostakovic ci offre innanzitutto una persona immatura, spesso infantile. La sua personalità è di orientamento passivo come ci descrive il suo estremo bisogno del consenso del pubblico. Se ne deduce che le sue aperture avanguardiste avevano carattere essenzialmente ludico. Soprattutto il suo dramma vero, il terrore, non riguardava la possibiltà di espressione limitata dal regime ma il timore delle punizioni corporali. Dal punto di vista musicale egli si adeguava alle correzioni impostegli, componendo materiale che comunque, e di questo egli non era consapevole, portava impresso indelebile il suo sigillo. Lo stimolo che lo spingeva era la prossima composizione e non un programma artistico generale che facesse da guida al suo operato. Se dissidio interno ci fu, fu per ragioni più eminentemente pratiche: sentendosi pienamente compositore venne a trovarsi in un sistema che proteggeva integralmente i compositori ma del quale soffriva la burocrazia, non in quanto limitante la sua libertà artistica, ma semplicemente in quanto promotrice sullo stesso livello di compositori ben più mediocri di lui. Bene, non la storia, ma l’evidenza dei valori musicali hanno dissipato le nebbie di questa sua fragilità sancendo il permanere di Shostakovich nella musica di sempre e relegando la gran parte di compositori russi che lo circondavano nell’oblio.

Così il problema se fosse meglio il potere di uno stato o quello di un élite intellettuale e artistica a dirimere le questioni di gusto musicale viene riformulato. Più precisamente si pongono i due giudici ad una pari distanza dal nocciolo della questione. La tremenda repressione staliniana incarnava principi di fruibilità musicale disattesi nelle grandi capitali della cultura europea. E da un punto di vista sociologico la discussione potrebbe dilungarsi con buone e coscienziose argomentazioni a favore della mia tesi. Da un punto di vista soggettivo ed essenziale la volontà di una persona di abbandonarsi alla musica alla sua legge lo fa sorvolare ben più in alto delle questioni “programmatiche” o “impegnate” della musica.

Argomento questo che tocca da vicino la figura di Richard Strauss. La sua lunga carriera artistica mostra come i segni delle sue composizioni non mutarono con l’alternarsi dei regimi politici. A giudicare solo dall’ascolto non notiamo alcun cambiamento nei suoi lavori nelle immediate vicinanze dei passagi di regime. Risulta a tal proposito inutile, o comunque irrilvevante, sapere se egli avesse intimamente aderito alle istituzioni naziste (come testimonia la sua presidenza della Camera musicale del Reich) o se avesse tentato di proteggere clandestinamente alcuni suoi conoscenti ebrei.

Quindi la personalità musicale soggettiva è ben ancorata alle proprie immagini musicali. Immagini che sempre e per qualsiasi via riescono a penetrare il muro fragile del controllo statale o della critica intellettuale. Prokofiev e Stravinskij emigrarono perchè la loro tecnica ed il loro gusto musicale era d’importazione e avrebbero avuto ben poche possibilità di radicarsi nella in una società russa sempre più polarizzata tra una plebe totalmente esterna ai movimenti musicali popolari del XIX secolo (integrazione che abbiamo in Itaia e Francia con il fenomeno dell’Opera) e le sempre più ristrette file di intellettuali filo-occidentali. Shostakovic dal canto suo non emigrò perchè troppo legato alla materna disponibilità dello Stato, per quanto inflessibile nei contenuti politici. L’attrazione che mostrava per le avanguardie non superò mai il livello di curiosità. Ed è patetico osservare come i suoi migliori brani vengano descritti dalla critica attuale come mascheramenti e rinnegamenti di chissà quali vertici artistici non emersi dalla penna (sempre in movimento) del compositore russo.
Certo sembrerà il mio discorso un filo conservatore. Ma per meglio capire quello di cui sto parlando tempo fa m’immaginai una classica situazione del pozzo. Dovessimo scegliere tra due brani da portare dall’oggi al domani senza che poi avessimo alcuna memoria delle musiche passate; tutto dimenticato, senza possibilità di recupero. Questi due brani erano il secondo movimento del concerto n.2 per pianoforte ed orchestra di Shostakovich ed un qualsiasi brano degli spettralisti francesi. Bene questi ultimi (secondo la critica attuale) sono la diretta filiazione della predilezione francese verso la cura del timbro. Discendenti della nobile famiglia dei vari Berlioz, Debussy, Messiaen etc.. . Il primo brano è invece, scritto in forma tonale classica, senza particolari novità tecniche che ce lo inseriscano in un determinato periodo storico. Bene tra questi due esemplari quale ci permetterà di ricostruire il significato musicale in u mondo senza musica? A quale oggetto la nostra coscienza vergine (o quella di un bambino) si avvicinerà per affinità elettiva? Quale ci permetterà di seguire il filo melodico come tragitto logico e di affiancarlo agli infiniti tragitti che noi compiamo quotidianamente? Quale, a causa delle domande precedenti, avrà infine un valore affettivo, cioè andrà ad accompagnare con il suo dialogo di uguaglianza e diversità contemporaneamente i nostri percorsi di coscienza che sul dialogo identità-diversità si fondano?

Infine, quali sono le risposte che oggi il mondo musicale fornisce a questi interrogativi? Lo vedremo nel prossimo intervento.

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6 giugno 2008, venerdì at 08:59 Lascia un commento

Schoenberg 40, Stravinskij 30, Mc Cartney 20 (parte prima)

La musica di Stravinskij ha letteralmente sconvolto il mondo musicale. Dapprima perchè i suoi esordi sono stati colpi da maestro: L’uccello di fuoco, Petrouchka, la Sagra della Primavera, scritti in qualche anno quando aveva appena trent’anni
 
E. Ansermet, I fondamenti della musica nella coscienza dell’uomo, Campanotto, p. 360

Schoenberg scrive il Pierrot Lunaire nel 1912 all’età di 38 anni. E’ l’opera che lo rende visbile definitivamente nel panorama musicale europeo. Vi traspare come in Verlachte Nacht il suo dono melodico (per dirla con Ansermet) al massimo livello. Questo dato non è dovuto all’utilizzo di un’armonia estrema, anzi ne è offuscato.
E’ allo stesso tempo un’opera spartiacque, non nella storia della musica, ma nel percorso artistico di Schoenberg. Con essa, pur contenendo molti principi della futura organizzazione dodecafonica, Schoenberg non aveva ancora adottato integralmente la tecnica dei dodici suoni non aventi relazioni che dall’uno all’altro.  D’altra parte il suo modo d’intendere la musica in senso sostanzialmente evoluzionistico determinava da una parte la percezione di una corrispondenza tra valore storico-musicale e linguaggio adottato, dall’altra il suo continuo porsi nella storia in qualche modo dall’esterno. Il suo Manuale d’armonia è la prova vivente di questa disposizione alla determinazione dall’esterno del linguaggio musicale.Nessun grande compositore (e Rameau non lo era) si era mai posto in modo così decisivo il problema dei mezzi adottati, della base del proprio lavoro. D’altra parte nello stesso periodo Hindemith tenta una simile ridefinizione seppure con una teoria non così sistematica. E’ il sintomo che quella saturazione del linguaggio tonale avvertito da Schoenberg e dai suoi seguaci era effettivamente avvenuta (vedremo dopo che cosa in verità sottende questa saturazione). Ma era avvenuta non con Wagner, bensì con Beethoven.
Con Beethoven il sistema delle possibilità musicali in mano al compositore1 è fissato fino ai giorni d’oggi. Un campo nel quale si sono inseriti con la musica Schubert, Chopin, Schumann, Mendelssohn, Verdi, Rossini, Brahms. Con Wagner si cambia strada e questo cambiamento fa sì  che quel compimento della storia tonale venga attribuito dalle avanguardie allo stesso Wagner. Wagner da inizio a quella prassi che sarà l’appoggio metodologico della musica cosiddetta nuova. Egli infatti compendia la gran mole della sua musica con un altrettanto imponente quantità di saggi critici.
Ora, la musica di Wagner ha perfettamente senso per il nostro orecchio pur non essendo dotato il compositore tedesco di dono melodico. Essa è all’interno del campo tracciato da Beethoven (se, significativamente, si eccettua la famosa ouverture del Tristano). Tuttavia, senza perdere tempo nel cercare di quantificare l’esatta influenza degli scritti critici, dobbiamo osservare che essi comunque gravano sull’opera musicale. Tanto è vero che chiunque si avvicini vergine alla musica wagneriana ne trae l’immediato bisogno di una spiegazione ulteriore a proposito di quei dati musicali comprensibili ma allo stesso tempo così poco autonomi. In definitiva la poetica di Wagner, (quindi il modo con cui noi percepiamo la sua figura) è impura musicalmente, ossia mista da un punto di vista poetico. La percezione musicale infatti è notevolmente influenzata dalle dichiarazioni estetiche del compositore. 
Wagner non era certo carattere che potesse compiacersi dell’incomprensione della gente in nome della libertà  artistica. Anzi fece una dura gavetta conclusasi con il meritato riconoscimento dell’ Olandese volante (che non fu la fine dei problemi economici di un carattere così irruento) . Ciò nonostante fu il primo a confondere completamente la costituzione umana universale della musica  con la determinazione umana individuale del musicista. E’ questo piccolo scalino che necessita di quel sovrappiù di elaborazione intellettuale atto a colmare il divario. Così lo strappo del Tristano è possibilie principalmente in virtù di questo intento programmatico, ci vive dentro; al di fuori di esso, fuori da una visione critica del linguaggio musicale sentiamo tutta la polemica e tutta l’affettazione (direbbe Leopardi) dell’operazione.

Il programma (contenuto letterario o critico extramusicale affiancato alla musica dal compositore)  per primo era stato inserito in terra francese da Berlioz: non a caso altro grande dell’epoca che oggidì letteralmente non esiste nel repertorio medio classico di tutta Europa; la sua assenza resiste tenace alle varie riabilitazioni dei maggiori istituti concertistici.
Il programma si sbriciola alla prima nota. La musica parla per il musicista e per la sua persona in generale, dato che ha scelto di vivere per mezzo della musica e non per mezzo della scrittura o della critica. Il programma, durante l’ascolto, può solo mutare l’attenzione in riflessione che è relazione tra due elementi (tre precisamente: noi,musica,programma) quando il discorso musicale non ammette interruzioni nella coscienza se si vuol parlare di ascolto musicale. I soggetti in causa sono quindi due: noi e la musica.

Seguiamo quindi questo percorso storico: l’insinuarsi della ragione riflessiva non intorno alla musica, ma dentro la musica. Partiamo dal timido programma (quello della Sinfonia Fantastica) di Berlioz, musicista che riconosceva  e si emozionava per il talento altrui (Chopin) ma che non riusciva a ricrearlo nelle sue composizioni. Infatti prima del programma era ricorso ad un altro espediente: il colore dell’orchestra. Caricatura viennese di BerliozGrandi organici, effetti luminosi (orchestralmente parlando), una profonda esplorazione delle possibilità dell’orchestra (e di questo gli va dato merito). Ne fuoriesce l’insostituibile Grand traité d’instrumentation et d’orchestration moderne,  vero ed eterno contributo del musicista francese per tutti i compositori futuri ed unico caso in cui Grand indica sia la quantità che la qualità di un lavoro firmato Berlioz.
Volevo arrivare a questo: con Berlioz da una parte si pone un punto estremo di onestà (onestà verso l’autonomia della musica, lungi da me il giudizio morale), in cui si fonda la propria attività sui ferri del mestiere, messi al centro in quanto tali. Si delinea cioè l’onesta possibilità di fare il compositore nel massimo delle possibilità artistiche (armonia e colore) pur rimanendo estranei al significato umano della musica. Siamo al limite ulitimo del campo segnato da Beethoven, al quale la figura di Berlioz è diametralmente opposta. D’altra parte si può ben comprendere come appena oltre questa possibilità vi sia solo la tentazione di scivolare nella disonestà del programma, cioè nel riempire con le parole il vuoto di un’ispirazione cercata e mai raggiunta.Arriviamo ai ponderosi saggi wagneriani e alla loro commistione musicale. Wagner risente dell’influenza atea di Feuerbach nell’approccio al fare musicale. Misconosce il significato di Dio, cioè non trova la figura della nostra essenza nelle forme musicali. Tenta dunque di alterare la costituzione universale (nell’orecchio!) di una forma artistica mediante la negazione critica ragionata. Confonde la popolarità (anche bieca) di un genere musicale (l’opera) con la causa di questa popolarità. Ma non la distrugge, vuole il pubblico, ne ha bisogno e cade in una cecità maggiore dell’ operista mestierante di provincia italiano: non più l’orchestra al centro (come in Berlioz) ma il pubblico. Un pubblico in adorazione del compositore ma allo stesso tempo respinto (melomane) od invisibile (adepto). Ed infatti con Wagner cala, alla lettera e metaforicamente, il buio sui teatri tedeschi ed in seguito su quelli di tutto il mondo.
Nasce il Wort-Ton-Drama. Termine che inconsapevolmente (ma nemmeno tanto) ci indica la formula chimica di questa forma artistica:parola,musica,azione in un piano paritetico. Wagner stesso ha in mente l’opera d’arte totale e questo descrive fino a qual punto la musica fosse penetrata nella sua persona. Ecco il punto: Wagner percepisce più d’ogni altro compositore la forza con cui la musica agisce sull’uomo ed infatti è ricoradto come musicista non come artista totale2. Ciò fa si che egli voglia impadronirsi della forza, non della musica perchè è più attratto da questa. Non potendo andare a fondo della questione, quindi, egli va al largo e attinge questa apparenza di forza all’esterno della musica, con l’aiuto della poesia, del teatro ribaltato nei presupposti (vedi di qui a poco), della saggistica e nell’arroganza di partorire un nuovo tipo di percezione, un nuovo tipo di uomo dall’unione a freddo di questi componenti (esclusa la saggistica naturalmente).Wagner
Nasce l’artista che si autoproclama ispirato grazie alle evidenze della logica dei concetti, del confronto della critica. Naturalmente questa investitura necessità di teatri e di forme musicali privati perchè Wagner compie una lettura privata del significato della musica. Non si poteva programmare nel teatro centrale della capitale (magari con la locandina che distingueva adeguatamente “Nel mese di Aprile si suona Wagner”). Fu un bisogno irreprimibile quello di dover eseguire la propria opera in un luogo non pubblico, proprio per il significato di pubblico: il dominio di tutti, un dominio connaturato inestinguibile ed indipendente al volere di qualsiasi soggetto che vi appartenga. Dovendo seguire lui e non Dio, cioè il cuore, per non rimanere indietro nella storia della musica non possiamo neanche avvicinarci al Wort-Ton-Drama inconsapevoli di tutto. C’è bisogno di riformulare tutto il nostro modo percettivo, cosa che non si può attuare se non mediante una preliminare preparzione intellettuale all’incontro con Wagner. 
Nasce, ahime per sempre, la percezione moderna della musica classica: fenomeno storico chiuso (non si sa quando, ne per mano di chi) ed incomunicante con la musica di oggi. Sorge la domanda che ci sia qualcosa da capire in questo fenomeno. Sorge perchè è stato racchiuso tutto in una scatola sigillata da prendere o da respingere in blocco e quindi se si abbraccia Beethoven occorre abbracciare Wagner perchè utilizzano entrambi l’orchestra e simili metodi compositivi, quando non addirittura Wagner è la naturale prosecuzione di Beethoven: storicizzazione tipiche di chi non si è mai soffermato sulla felicità o serenità vera che la melodia provoca (anche se l’andamento è triste; provocasse tristezza ce ne allontaneremmo all’istante).

L’effetto di Wagner, in questo senso, è più deleterio di quello di Schoenberg che a conti fatti arriva a babbo morto (perdonate l’espressione). Tecnicamente, ma la cosa ha un effetto umano gravissimo, egli mantiene le forme tonali nella distanza breve (frasi, cadenze, accordi ecc…) ma annulla il sentimento musicale nella distanza grande, elimina cioè lo stato iniziale-tensione-distensione che caratterizza la musica mediante il rinvio della risoluzione finale. C’è tutto il corpo con gli organi perfettamente uguali all’originale ma manca il cuore e questa cosa credo sia stata avvertita dalla gente. Questa mancanza di anima ha contribuito a far si che qualcosa suonasse classico, tanto più che, come stiamo osservando, la musica cominciava ad avere quel carattere intellettuale e rispettoso (più che rispettabile) che oggi la marginalizza.

Veniamo a Schoenberg. Pochi scritti descrivono cosi dall’interno la musica del compositore viennese come il capitoletto dedicatogli da Ansermet (che però è indulgente con Wagner). Torniamo da dove eravamo partiti forti di ciò che abbiamo detto. La coscienza di Schoenberg è interamente proiettata nella storia. Egli non aspira alle leggi universali della musica ma a raggiungere quegli uomini universali che hanno impostato il campo musicale per farne godere a tutti (Beethoven, Mozart e, sbagliando, Wagner). Questa aspirazione determina quell’incapacità di leggere il senso della musica e delle più semplici frasi musicali. Incapacità ben dimostrata dalla critica di Ansermet alle analisi di partitura fatte da Schoenberg.
In queste analisi è in realtà chiaro come Schoenberg, per raggiungere il suo scopo, scende all’analisi chimica della musica: quindi una concentrazione smisurata sull’accordo, sulla conduzione dell’armonia di per sé, tutta una serie di aspetti strumentali e non essenziali alla musica messi avanti a tutto e a tutti. “Se Schoenberg è padrone di tutti questi elementi separatamente allora è padrone della musica”, questo è il senso che scorre sotto la sua saggistica.   
Qui siamo veramente alla fine del percorso wagneriano. Qui (a differenza di Wagner), se ci riferiamo al periodo dodecafonico puro, è veramente impossibile avvicinarsi a questa musica senza un totale estraniamento da essa, senza che la nostra mente si ponga completamente su qualcosa di diverso dai dati dell’orecchio. Il programma è diventato legge. Solo l’armonicità dei singoli suoni ci indica una potenzialità che ad ogni nota genera un’aspettativa regolarmente frustrata  (ma non sempre sempre perchè a volte, nello spazio di qualche battuta, il senso melodico di Schoenberg emerge e vi sono degli autentici raggi di sole che ci parlano del musicista che sarebbe potuto essere). Armonicità che altri in seguito provvederanno prontamente a mettere in discussione (vedi post precedente). 
La musica stessa è puro manifesto, pura distinzione dell’uomo senza altro aggiungere.Dario Picciau, Sissel Vogelmann, 2004 D’altra parte rappresenta la faccia musicale di una concezione dell’uomo marxista portata alle ultime conseguenze. L’aspirazione a creare l’uomo nuovo mediante la prescrizione e, nel caso di Schoenberg, con l’esempio del sacrificio personale3. A questo pensiero appartiene propriamente il giudizio morale, il voler distinguere tra alto e basso. Schoenberg polemizza addirittura per mezzo della musica e dei testi contro la musica del suo tempo e questo da la misura di quanto fosse lontano dall’essenza della musica; lontano dall’ espressione di sé egli richiede alla nostra intelligenza solamente di seguirlo nella sua ricostruzione storica della musica, il che è umanamente possibile e lo osserviamo nei pochi seguaci di questa teoria, o, ad un livello deteriore, in chi considera comunque più alto il suono di un violino da quello di una chitarra. Così Wagner attira ancora un pubblico mostrandogli un corpo senza cuore mentre Schoenberg non attira e non attirerà mai nessuno perchè mostra un ammasso umano in cui le mani sono al posto dei piedi e il fegato al posto del femore. Un monstrum dove l’accento va posto non sull’orrido ma sulla novità inedita mista di straordinario e di nefando (contrario all’umano). Riproposto rimane solo la carcassa del monstrum senza vita (non si trasmette con nessuna scuola o metodo, pur avendo regole chiare e scritte). Ciò che rimane è l’effetto straordinario e su quello si concentreranno le nuove avanguardie.
Siamo arrivati al termine di quel fenomeno che definirei come l’impossibilità di imporre un ascolto o, per venir incontro agli avanguardisti, un nuovo mondo sonoro. Questo perchè il nostro ascolto funziona un pò come il Caronte che giudica nel V canto dell’ inferno

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volteDante Alighieri
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
dicono e odono, e poi son giù volte.

(Inf., V, 7-15)

La coscienza di fronte alla musica giudica senza prove e testimoni. E’ veloce e spietata. Viene prima la coda che cinge il condannato e poi le sue rimostranze (“dicono e odono”). La ragione può opporre qualsiasi riflessione ed anche decidere di accantonare le sue sentenze e proseguire per la sua strada, ciò non toglie la verità di una relazione che immediatamente attribuisce o non attibuisce significato ad una successione sonora nel suo insieme.
Del resto Schoenberg arriva alla conclusione del percorso storico iniziato da Beethoven. Si tratta del processo che delinea la figura del compositore. Figura che si impone su quella del virtuoso (Paganini) per la forza del codice, della scrittura, del pentagramma. Il raffinarsi delle tecniche di codificazione permette una più precisa espressione dell’individualità, personificata nella figura del compositore tedesco, unione di individualità e universalità.
Così il segno del compositore-musicista rimane la semplicità, quello del compositore di mestiere segue le leggi del mestiere che persegue il perfezionamento e l’ampliamento dei mezzi tecnici. E Schoenberg, malgrado i suoi sostenitori si rivolteranno a questa affermazione, è profondamente un compositore di mestiere. Probabilmente chiunque avesse voluto andare a fondo della tecnica di scrivere musica sarebbe incorso nei suoi problemi. Schoenberg è un mestierante, un mestierante sfortunato perchè arriva nel momento di massima espansione delle tecniche compositive e vuole porvi una regola. Solo così si spiega la sua prima affermazione alla soglia dei quarant’anni. Ha impiegato una vita ad esprimere qualcosa che però tenga conto di quanto è stato scritto prima.

Questo ci porta al secondo fondamentale nodo della questione. Schoenberg è in primo luogo un critico, poi un compositore. Si avvicina alla musica col passo del critico. La critica è, storicamente, l’appoggio al compositore-mestierante che nasce dopo Beethoven. La critica nasce nell’ottocento non per spiegare al pubblico l’esplosione della musica strumentale (che era già viva e vegeta nel seicento senza alcun bisogno di chiarimenti); ha le sue radici nel pubblico ma pian piano si separa da esso. La critica miltante nasce come vestale del sapere tecnico che il pubblico non ha e su quello fonda la sua supremazia, su quello concede il proprio appoggio ai Lizst, ai Wagner ed ai Rachmaninov di questo mondo.
Torno al punto: Schoenberg è un mestierante perchè impiega tutto quel tempo a raffinare una tecnica che sia approvata dal suo gusto critico. E per fare questo in quel periodo terminale ha speso moltissimi anni a dominarne la tecnica. Avvesse assecondato il suo dono melodico avrebbe trovato la sua dimensione con le prime melodie scritte da giovane (che sicuramente avrà giudicato fuori dal suo tempo). Non sarebbe entrato nella storia, sarebbe stato ciò che non è mai stato: una persona felice.
Finestra

1 Come vedremo il compositore è Colui che scrive musica e non si identifica totalmente con il Musicista (anche se la figura di Chopin avrebbe tutte le qualità per esserlo, se solo potessimo ascoltarlo suonare oggi).
2 Non si considera mai abbastanza approfonditamente la mediocrità del poeta Wagner. Questo perchè lo si confronta con la mediocrità dei librettisti italiani. Si paragona opera con opera. Ma son due mediocrità che scaturiscono da presupposti diversi. Gli italiani dovevano confezionare velocemente un supporto poetico nella consapevolezza che l’esito dell’opera era al cento per cento dovuto alla qualità della musica. Wagner aveva in mente la poesia greca e l’illusione che il pubblico potesse apprezzare indipendentemente e allo stesso tempo la sua poesia e la sua musica oltre a poter disporre, nelle opere considerate suoi capolavori, di molto più tempo.
3 Una lettura sotto questa luce del Doktor Faustus può essere d’aiuto. A di là dei complessi riferimenti filosofici di Mann, la figura del diavolo raffigurata indica propria quella freddezza con cui il musicista tecnico smonta le fondamenta dell’ispirazione e risponde all’esigenza feticista del musicista con adeguato contrappasso. Gli offre lo scheletro della grande musica da una parte e lo scheletro dell’euforia, della pienezza e del successo dall’altra.

22 gennaio 2008, martedì at 16:21 1 commento

Su Galileo e sull’aborto

Questo testo è un commento ad un articolo di koufax: Il processo a Galileo.  http://koufax.wordpress.com/2008/01/19/106-19-1-08-il-processo-a-galileo/#comment-54

Il passo avanti di Galileo infatti non riguarda la rappresentazione ma la concezione di ciò che ci circonda. Galileo attirò Sistema solare secondo Copernicosu di se gli strali della chiesa per ragioni ben più profonde della disputa eliocentrica.
Galileo tramite una pietra che tratteneva la luce dimostrò, nel buio della stanza dove i giudici ecclesiastici lo ascoltavano, che la luce era materia, materia come tutto il resto, e non sostanza divina che si propagava nel vuoto.
In secondo luogo le osservazioni lunari affrontavano il problema cosmologico assai più profondamente della teoria copernicana. E non per rappresentazione ma per gli assunti che fondano la visione di Galileo.
Se lei osserva le raffiguarzioni storiche della teoria copernicana noterà che i pianeti ed il sole non vengono rappresentati differentemente dalle teorie tolemaiche. Sono corpi celesti. Non ruotano più attorno alla terra ma sono comunque in una categoria qualitativamente differente da essa.
I disegni che Galileo, per mezzo del telescopio, eseguì della Luna infransero questa fondamentale impostazione. Disegni della Luna effettuati da GalileoLa Luna aveva monti, pianure e morfologia analoghe a quelle terrestri. Qui è la differenza, qui si riconosce il principio della scienza a Galileo e non a Copernico o a Keplero. La terra non è il giardino di Dio in mezzo agli astri. Tutto, ma proprio tutto, è materia e non ci sono più le sostanze e gli accidenti di Aristotele. Non è la Verità, ma è l’origine di un nuovo ed irreversibile modo di concepire il tutto, più che l’origine del pensiero scientifico. E’ l’origine di tutte le grandi leggi scientifiche. Se non ci sono più differenze qualitative, ma solo quantitative (di materia) il passo al “nulla si crea e nulla si distrugge” è presto fatto. Il passaggio alla chimica è solo una questione di applicazione. Lei ha visto bene che le teorie scientifiche non sono che strumenti (rappresentano, non presentano), ma il suo modo di pensare è comunque interno alla concezione galileana, che lei lo voglia o no. In qualsiasi ambiente si trova ad operare sa bene che può disporre di un certo numero di risorse e solo su quelle dovrà fare affidamento; che ad ogni nostro agire ci sono dei limiti materiali e il bilancio di questi è sempre intuitivamente presente alla nostra coscienza.
Sa bene che su quello che afferma può metterci la mano sul fuoco solo metaforicamente e non realmente. Questo prima di Galileo non era chiaro e non per creduloneria. La prova del fuoco era praticata da eminenti intellettuali proprio per questa confusione tra qualità (della propria onestà, dello spirito del fuoco) e quantità (la natura materiale del fuoco). Quindi un uomo pre-galileano oggi non può esistere e lei non lo è. Il caso limite di questa paradossale opposizione all’essere scientifico che risiede in noi è rappresentato dall’estremismo islamico. Un estremismo che utilizza la tecnologia occidentale per opporsi al mondo occidentale, perchè in mano all’immoralità tecnologica, cioè in mano alla superiorità di un mondo spiegato sotto i principi galileiani-newtoniani, rispetto a quello spiegato sotto principi teologici. Ecco, la sua posizione, seppur in modo non così grossolano, è comparabile a questa appena esposta.
La verità. Del resto la Chiesa era già ai tempi di Galileo sul piano concettuale di Galileo. La cosmologia è la risposta ecclesiastica analoga alla risposta che Galileo tentò di dare alla domanda di significato che si poneva, in quel momento, nel mondo occidentale. E’ una teoria che non si fonda sulla Scrittura ma su Tolomeo ed Aristotele mediati dalla Scolastica medievale. Ma la domanda cosmologica è totalmente esterna all’originale messaggio di Cristo perchè non era nell’orizzonte umano ai tempi di Cristo. La risposta di Cristo riguarda l’universalità dell’essere umano, altro ambiente di coscienza nel quale lei ed io (che non sono praticante o credente) viviamo, che lo vogliamo o no. La rivoluzione cristiana è questo. La pari dignità di essere umano di tutti. La fine della schiavitù, che non era una condizione sociale solamente, ma un intero modo di concepire l’essere umano. Lo schiavo “era in grado di comprendere solo gli ordini del padrone”, non era in grado di fare altro e questo stato di cose non era una imposizione padronale sancita in mala fede, ma una verità indiscussa precristiana. Di lì in poi anche anche lo schiavo della gleba, lo diventa per sua responsabilità, per un dovere che deve compiere, non perchè sia costituzionalmente altro dall’uomo degno. Chi è sottoposto alla corvèe è figlio di Dio come tutti noi.
Questa uguaglianza costitutiva tra gli uomini è l’unica premessa necessaria ad un’uguaglianza costitutiva del mondo che ci circonda. Un esito impossibile per la classicità greca o romana, seppure gli studiosi (per lo più marxisti) non se lo spieghino dato l’elevato livello tecnologico raggiunto da queste civiltà. Il riconoscimento dell’eterna legge interna dell’uomo è la premessa alle leggi che spiegano l’esterno, cioè alla ricerca di leggi che possano valere per tutti (ed i concetti di gravità universale, di attrazione elettrica, di formula chimica rispondono a questa chiarezza di evidenza comune a tutti). Per questo Galileo si dichiarò sempre cristiano, fino al punto di ritrattare tutto. Non volle cadere nel materialismo. Farlo avrebbe significato (anche se di questo Galileo probabilmente non era cosciente, ma lo sentiva) rinunciare a quella premessa cristiana che era la base del suo lavoro. Oggi quella ritrattazione viene considerata una debolezza dal mondo scientifico dovuta alla paura della punizione. Per me non fu debolezza, ma una dimostrazione di vicinanza a Cristo maggiore di quella manifestata dalla gerarchia ecclesiastica. Un materialista puro e ateo non sarebbe mai potuto giungere a questa rivoluzione.
Poi lei ha ragione nell’affermare che con Einstein la scienza tocca il suo limite. Ma ce ne passa a rimettere in discussione tutto. Il contenuto scientifico della relatività è (e rimarrà) oscuro a tutti. La sua portata è invece semplice. Il sistema spazio temporale costruito da Galileo-Newton-Cartesio è relativo perchè ce ne sono un numero potenzialmente infinito (il paradosso dei gemelli). E’relativo, ma è quello che la nostra coscienza utilizza intuitivamente nel collocare il mondo circostante. Riusciamo a ragionare in quattro dimensioni solo se abbiamo confidenza con gli strumenti della matematica, se facciamo un uso strumentale della matematica. Ma l’essenza della matematica e della fisica è nata per darci una struttura di conoscenza vicina al nostro dialogo di coscienza interiore. E questa struttura è quella tridimensionale.

Torno alla dignità dell’uomo per rispondere al post sull’aborto. L’intuizione maschile dell’uguaglianza dell’uomo è “figlia” dell’essenza femminile di madre. La madre afferma il suo legame materno aldilà di ogni tratto apparente del figlio: può essere bello, brutto, sveglio o avere handicap, la sua protezione sarà forte, allo stesso modo, in tutti i casi. Tutte le apparenze giacciono in un piano indifferente ed identico rispetto all’amore. Il rapporto col figlio indica l’idea di uguaglianza alla massima potenza. Quando una donna decide che non sarà in grado di garantire quella dignità che ritiene opportuna al figlio, lo fa nel più grande dolore che possa provare un essere umano. Un dolore che incide sul più forte sentimento umano e sul quale non si può discutere ne aggiungere nulla, come in realtà si vuol fare con la revisione della 194. E’quindi lei l’unica a poter giudicare. E’lei che decide cosa è uomo e cosa non lo potrà essere degnamente e la legge che abbiamo con i limiti che tutte le leggi hanno è la migliore in materia. E’ il miglior modo con cui un elefante come lo stato può manovrare degli spilli, quali sono a paragone, i fondamentali dalla coscienza delle persone.
Giuliano Ferrara può tranciare con l’accetta quante sentenze vuole. Ma la semplicità sta in quello che ho affermato io, non nella faciloneria da bar e da titoli di giornali che si sente in queste riaperture strumentali di questioni ormai acclarate, morte e sepolte. Il principio dell’insindacabilità della decisione della madre su quello che per lei può o non può essere un uomo degno di esserlo e ciò che nessun revisionismo patrà mai abbattere.
Da questa prospettiva si vedono bene le ridicole pretese degli uomini (maschi, tutti maschi) di attribuire qualcosa di umano all’embrione. La mancanza di considerazione delle verità di coscienza da parte di alcuni scienziati (o più spesso scientisti) fa sì che essi scendano nel campo della gerarchia ecclesiastica e si mettano a discettare su cosa sia o non sia vita, su quale stadio indichi la presenza di vita o meno. La vita è un concetto astratto; la donna, nella sua innata missione di dare e protteggere la vita, decide concretamente quando non c’è alcuno spiraglio per poter compiere questa missione da essere umano e non da bestia. Il suo limite d’azione è la nascita. Di lì in poi, lo Stato assicura (dovrebbe farlo e spesso lo fa) tutti i mezzi per il sostentamento materiale del figlio (con o senza madre).

21 gennaio 2008, lunedì at 15:19 Lascia un commento

Prima osservazione su melodia e musica

L’esperienza musicale è un’esperienza melodica. Siamo attratti da uno stimolo iniziale. Se l’esperienza fosse di tipo meramente sonoro, la fascinazione verso il fenomeno cadrebbe rapidamente. Ma sappiamo bene quanto la musica che ci prende più profondamente sia una tensione continua, un’attenzione che tra momenti più o meno concentrati non recede mai da quel legame iniziale che con un atto determinante ci introduce nell’ascolto  (atto che la psicologia può anche definire inconscio, ma che per la fenomenologia è il momento più evidente nel quale si palesa la coscienza).
Un amico ci fa ascoltare la parte di un brano che maggiormente lo ha colpito. Condividiamo i suoi gusti pienamente, ma rimaniamo indifferenti al passaggio che ci ha sottoposto. Egli semplicemente ha dato per scontato ciò che ha preceduto il passaggio, scambiando una parte ordinaria per una ininfluente.

   Quindi la melodia, nella pulsazione ritmica, ci conduce, ci prende per mano e ci illustra un percorso. La sua essenza temporale ha una funzione salvifica oggi, periodo nel quale abbiamo completamente distorto la temporalità in senso scientifico, determinista, paralizzante. Ci riporta senza alcuna domanda, senza alcuna riflessione, al rapporto vero con un (ed uno solo) fenomeno presente nell’oblio di tutto il resto. In questi tutto il resto abbiamo un grande cerchio comprendente i fatti extra-musicali ed un piccolo cerchio che include i fatti musicali d’accompagnamento allo sviluppo melodico. Evito di parlare di questi due cerchi ma arrivo al dunque del processo in atto che descrivo. Siamo di fronte dunque ad una “concentrazione”, un ricadere in implosione di tutte le nostre facoltà in una esperienza che ci porta per se stessa1 dentro un mondo vario, poliedrico, direi popolato di fenomeni sonori (assai diversi) ma che nel momento stesso nel quale ci spinge lì dentro non ci lascia per un secondo veramente spaesati, ma ci offre subito gli strumenti della comprensione, della appropriazione e del godimento2.
   Siamo nella selva sconosciuta e sappiamo già come se ne esce. Ciò perchè il percorso musicale e melodico va parallelo a qualcosa, anzi a molte cose, le quali tutte riportano al nostro modo di vivere, al rapporto
a specchio della nostra coscienza. L’orecchio, relazionato all’uomo e non più analizzato separatamente, non è esterno alla coscienza e ci offre i dati più evidenti del comportamento coscienziale: identità, mutamento, diversità, i quark inscindibili della nostra percezione, che è percezione umana solo in quanto percezione temporale, rapporto continuo.
Il nostro momento di attenzione alla musica è quindi concentrazione su questi fenomeni fondamentali nell’esclusione di tutto il resto. Concentrazione che è possibile raggiungere anche senza musica. Il fenomeno musicale è l’analogon dei nostri movimenti di coscienza. Possiamo porci in rapporto diretto con questi movimenti anche senza la musica nella totale concentrazione verso un fenomeno. Ma questa cosa non si è mai insegnata in occidente, pur essendo un procedimento che inconsapevolmente tutti compiamo in diverso grado
3; dunque la musica ci viene in soccorso e la sempre maggior richiesta di musicalità che caratterizza la storia occidentale si spiega in questo senso: come un indirizzarci alla semplicità del nostro pensare e percepire, attraverso un linguaggio simile, analogo al nostro pensare e percepire.
   Identità, mutamento, diversità: l’ottava (Do-do). Due suoni diversi ma che sono già uniti dentro noi; l’origine di tutti i rapporti tonali a cominciare dalla quinta per arrivare alla scala. Il ritmo binario e ternario con il quale scomponiamo tutti i fenomeni regolari e i ritmi composti: presenza, assenza; agire, essere puro, (istinto) prima persona; osservarsi e riflessione, seconda persona e contemporanea relazione tra le due.
   Questo è il cammino che ha portato alla storia della musica occidentale, che è la storia di una musica tonale, intesa come musica che sviluppa un suono di riferimento secondo le proprietà con le quali quel suono entra in relazione analoga con la nostra percezione di identità, mutamento e alterità. I suoni più affini come un intervallo di quinta melodico ci riconducono, nell’alterità percepita, in modo più semplice alla  perdita di un suono passato verso uno nuovo, ad una novità non casuale, ma che meglio ci
ricorda ciò che abbiamo perso e più facilmente ritorna da dove era arrivato. Il suono iniziale al quale si ritorna (e questo è un consolidato luogo fenomenologico) non è lo stesso per la coscienza pur essendo lo stesso per l’analizzatore di onde: è carico di un significato che trascende la sua presenza isolata. E questo significato non è appaiato ad altri nel momento dell’ascolto ma è quello per noi in primo piano percepito anche (e soprattutto) da chi ignora l’esistenza del pentagramma. Siamo, infatti, stati condotti in un cammino melodico attraverso l’evidenza di rapporti semplici di cambiamento. Solo un rapporto semplice può coinvolgere la memoria e una musica che non coinvolga la memoria (non in senso storico, intendo la facoltà cioè di ritrovare un fenomeno complesso mediante un procedimento sintetico, un principio) la si può classificare come si vuole, ma non contiene quelle proprietà che hanno tramandato il senso della musica.

1 Espressioni come “per se stessa”,”in sè”, ecc.. tipiche della fenomenologia indicano il ritrovamento di una evidenza di fronte alla quale non si può scendere ad ulteriori analisi: c’è veramente solo l’esperienza e la certezza (o la speranza) della fenomenologia che queste evidenze siano intersoggettive, riconducibili ad ambiti vitali presenti tali e quali in ciascuno. Le stesse parole non sono che un analogon di questa esperienza che espressioni come “per se stessa”,”in sè” cercano di riassumere ma non riusciranno mai ad animare. Infatti (ed è la mia esperienza personale) non vi è una comprensione graduale delle espressioni del tipo  “in sè” ma solo una iniziale enigmaticità sostanziale seguita dalla improvvisa e chiara percezione del significato di queste parole. Da qui la vacuità della parola nell’azione diretta volta a rendere coscienti e responsabili le persone, ma anche la necessità della parola disponibile a tutti per rendere chiare e nette le prese di coscienza, nel momento in cui ciascuno di noi le incontra nella propria vita (la parola come presenza umana).
2 In questo la musica non può proprio avere maestri con la parola ma solo maestri con la musica, possedendo già la musica quelle leggi immediate che, nel caso vi si ponga una libera concentrazione, sopravanzano senza la minima titubanza qualsiasi indicazione normativa.
3 Questa osservazione mi riporta alla scintilla di questa discussione. Ascoltavo un seminario di un professore riguardante la musica spettralista di un gruppo francese degli anni ’70: musica colta che si rifaceva ai postwebernisti. I capisaldi: l’analisi degli spettri armonici nell’equiparazioni di strutture armoniche e non armoniche (rumori) e dei suoni transitori (suoni d’attacco e di decadimento). Il risultato sonoro, non lo dico per disprezzo verso l’effettivo lavoro compiuto da questi autori ma per rendere al maggior numero di persone l’effetto prodotto, era grossomodo 13 minuti di cigolar di porte con delle note di pianoforte al centro della composizione (da me accolte come acqua fresca pur non avendo tali note alcun andamento melodico).          

     Tristan Murail, compositore appartenente alla corrente degli spettralisti

Bene, osservavo questo professore profondamente concentrato nell’ascolto. Non intendo assolutamente accusarlo di ipocrisia o addirittura di finzione. Anzi son convinto che la sua concentrazione fosse reale, ma semplicemente non fosse (e non poteva esserlo) sul discorso musicale. Era la concentrazione di chi conosceva perfettamente le origini di quella “musica” e che su quei criteri estetici focalizzava la propria attenzione. Criteri che, beninteso, non sono assolutamente percepibili all’ascolto.

Come si può scorgere il lavoro sui suoni di attacco? Essi non hanno nulla di diverso dagli altri suoni, e trasportarti nell’esecuzione questi suoni non possono che avere a loro volta dei suoni d’attacco che li annunciano: quindi o noi dobbiamo distinguere questi suoni come suoni d’attacco e come visto non possiamo farlo, oppure l’operazione è puramente intellettualistica. Un intellettualismo ancora più esacerbato di quello schoenberghiano. In quel caso l’operazione aveva comunque un effetto sensibile, negli spettralisti non c’è nemmeno questo magro riscontro per l’orecchio.


Qualcosa di umano lo aveva veramente trovato nella sua introspezione, nel mettersi le mani strette atttorno al viso, con gli occhi chiusi che appena si scorgevano. Ma quel quid non concerneva il fatto musicale (del quale di lì a poco dimostrò di ignorare i procedimenti compositivi).  
Concludeva affermando che questa musica era ricca, profonda e complessa (brutto segno) e che già nel nascere correva il rischio di diventare musica per soli musicologi. Dunque il quadro è: la piccola schiera di musicologi, divisa al proprio interno e con pochi eremiti portatori della verità del destino della musica, in un oceano di anime inconsapevoli del significato che una certa corrente potrebbe avere per la loro formazione musicale. Questo professore è, oggi, uno dei musicologi più stimati che tiene conferenze in giro per l’Italia. Nessuno obietta a questo caso limite; significherebbe negare l’evoluzione darwiniana della musica. Questo professore parla ai giovani e il fatto mi preoccupa: non l’incomprensione del singolo, ma la trasmissione dell’incomprensione.

20 gennaio 2008, domenica at 15:30 Lascia un commento

Lettera a Umberto Galimberti

Pubblico una lettera (con qualche modifica successiva) che ho spedito ad Umberto Galimberti
Le scrivo a proposito del suo intervento “Lo stupore e la fede” pubblicato su “D” di Repubblica.  
Le mie osservazioni riguardano due punti: 1) lo stato odierno della religiosità e 2) la risposta che ha dato al Lettore e quella che avrei dato io.
1) Mi meraviglio sempre quando intellettuali come lei (aggiungo ad esempio Scalfari) rimproverano alle gerarchie religiose e ai loro seguaci la perdita dell’originalità del messaggio cristiano. Io credo che voi sappiate quanto i fondamenti di quel messaggio siano penetrati a fondo nella civiltà occidentale; come essi siano la base (spesso rinnegata) delle più moderne teorie politiche, tra le quali anche il marxismo. Soprattutto essi hanno costituito lo sfondo indispensabile per la nascita del pensiero scientifico. La riscoperta dell’idealismo greco poteva avvenire solo in quel contesto cristiano.
Il pensiero scientifico è quindi assai più debitore alla base cristiana che alla sua proiezione in chiave greca perchè innanzitutto ne condivide l’assioma di universalità dell’essere umano. Universalità dell’essere uomo che manca sostanzialmente nelle visioni dei filosofi classici greci. (Il corsivo si riferisce alla vicenda degli schiavi).
Dunque uno dei due elementi fu sicuramente  insostituibile ; l’altro probabilmente diede una energia di attivazione necessaria a risvegliare le coscienze contro la sclerotizzazione del pensiero cristiano cristallizzato nelle sue strutture politiche. 
Non mi interessa stabilre le priorità del cristianesimo, ma unire i fenomeni della religiosità monoteista (quando nacque) e della scientificità (quando nacque) sul piano unico delle più adeguate risposte ai problemi che l’uomo affrontò nella sua vicenda autocosciente. Quindi lei ha ragione ad affermare che “le menti degli uomini occidentali [sono state] rese sgombre della condizione estatica dello stupore”. Ma credo che questa situazione ideale vada collocata nel tempo. La maggior parte della gente, leggendo simili considerazioni e altre dello stesso tono, purtroppo è portata a credere che l’uomo sia vissuto nella creduloneria per un paio di millenni.
Ritorno al punto: oggi, lei come spera di poter influire su chi considera la costituzione del mondo una questione che si riconduce in primo luogo alla parola cristiana? Queste persone, vista questa priorità, non hanno nessuna speranza di comprendere la portata del dato scientifico ed il limite vero che esso ha in sè, pur adoperando quotidianamente rappresentazioni della realtà di tipo scientifico. Non si dovrebbe occupare il tempo (e molti lo fanno) ad impostare un dialogo che è al principio non impostabile. La ricerca di dialogo è appunto la conseguenza della percezione di due mondi separati e opposti che sono in realtà uniti per essenza già ora e non lo saranno, nel riconoscimento generale, grazie alla perseveranza di un colloquio impossibile. E’ un errore che il filosofo e il sociologo1 di oggi commettono perchè, dal pari loro, non riescono a liberarsi completamente della mentalità scientifica sclerotizzata, il positivismo, che è oggi dilagante ed inarrestabile anche in coloro che individuano i problemi generati dalla mentalità scientifica e vi si oppongono. 
2) L’ultima osservazione ci riporta al secondo punto. La situazione del ragazzo di Catania l’ho riscontrata in molti dei miei coetanei più brillanti ed io stesso l’ho superata con molti sforzi. La sua lettera conteneva due punti fondamentali:
– il progresso tecnologico infinito
– la possibilità che questo porti ad una conoscenza profonda di noi stessi, tramite la conoscenza esatta delle condizioni materiali che compongono la nostra persona.
La faccenda dei miracoli2 è solo una riflessione particolare di questi presupposti. Comprendo benissimo che lei non si sia potuto soffermare per tre o quattro giorni (come ho fatto io) sull’ennesima lettera che riceve. Quello che non mi convince è il contenuto della risposta. Non ho trovato la negazione del valore del progresso tecnologico. Questa avrebbe portato ad affermare che la più esatta definizione dei processi neuronali fino alla totale prevedibilità dei medesimi, casomai l’umanità si decida veramente a conseguirla, non sposterà di un centimetro la risposta all’urgenza di autocomprensione che l’uomo da sempre ha. L’autocoscienza realizzata è molto più profonda e molto più semplice allo stesso tempo e soprattutto sorge volontariamente da esigenze e percorsi soggettivi e non potrà mai essere imposta per legge scientifica, grazie allo studio degli accidenti galileiani. Il dramma paradossale dell’Occidente è che è percorso da  “fatti” che indicano la via a  questa semplicità e da persone, da coscienze semplici che la negano sempre più e, per via di quella falsa percezione di progresso, si rifugiano nella complessità; di più, nel valore della complessità come segno inequivocabile del moderno. Ma la complessità porta ad un’oscurità, a non poter percepire il tutto chiaramente, ma solo il tutto nelle sue varie parti di volta in volta. I vari lati del rapporto con il mondo che non sono congruenti tra loro generano una domanda interiore di unità. Se l’uomo non si libera di quelle rappresentazioni che lo hanno condotto alla sua incongruenza, allora lì può inserirsi un principio unificante esterno: il miracolo, o la fede nella comunità scientifica (bel modo di delegare una responsabilità individuale e concretamente controllabile ad una entità collettiva ed astratta) o più sottilmente, la fede nella ragione che a parere mio traspare dalle sue ultime parole rivolte al ragazzo di Catania. Solo questa “fede” (mi passi il termine e non lo paragoni ad un fede dogmatica) può paventare un “oceano dell’irrazionale” che io non trovo nella storia umana. A parer mio le più atroci efferatezze, come il nazionalsocialismo hitleriano, nascono nella medesima rappresentazione di fondo dell’uomo che , nell’esempio del nazismo, scaturiva dal positivismo di fine Ottocento. Parlo di fatti orrendi, ripugnanti, atroci ma non irrazionali. (Mann scrive, secondo me inconsapevolmente, pagine illuminanti sul rapporto intellettualismo-barbarie nel Doktor Faustus). Quei fatti, però, non sono altro dall’uomo come vuol far passare la storiografia occidentale. Sono il segnale di un problema, di una richiesta la cui risposta è tutt’altro che nelle democrazie occidentali e nei filosofi che sono venuti formandosi. Essi non hanno colto che la genesi del fenomeno nazista non risiedeva proprio nelle dure condizioni imposte alla Germania nel primo dopoguerra o nella follia che di tanto in tanto funge da valvola di sfogo della ragione.
  Torno alla ragione. Credo che non si possa trasmettere un’immagine minimalista di essa. L’isola dei “buoni ragionamenti, anche se modesti”, “utili per garantire..”. Un filosofo deve avere il coraggio di andare a fondo e scegliere. O abbracciare quella ragione che permea i grandi problemi della modernità. O lasciarla a favore della coscienza chiara di se stessi cercando di comunicare questa possibilità quanto più possibile. La semplicità del messaggio porterà meno concetti e libri da scrivere ma  più “vita” da comunicare.
Ad esempio, a parere mio, occorreva separare definitivamente questa apparente unità tra ragione ed autocoscienza e rispondere a quel ragazzo che le ha scritto: “Caro Davide, se lei ha scelto di studiare biologia, come son convinto, per questi e questi altri motivi lasci perdere serenamente perchè lei non solo ha sbagliato mira ma ha le spalle rivolte al bersaglio”.
1 La cosa è meno grave per il sociologo che, a differenza del filosofo, non ha alcuna possibiltà di ottenere dalle sue metodologie alcunchè di essenziale sulla cosiddetta società.
2 Egli si chiedeva se con le future scoperte in campo scientifico si sarebbero potute eliminare (su che piano?) le false credenze che i miracoli generano.

19 gennaio 2008, sabato at 13:45 Lascia un commento

Come scambiare il dito per la luna. E la luna per il dito!

Ecco dunque un esempio di come un modo di concepire scientificamente il mondo sia allo stesso tempo:

– un “salto di coscienza” nel percepirlo 
– una possibilità di fraintendere il metodo trovato per una essenza del mondo stesso

L’esempio riguarda il più semplice degli assiomi matematico-fisici, il capitolo 1 di tutti i manuali di fisica. Sto parlando della descrizione del moto di un corpo.
Auto precipita nel TamigiDurante il moto di un corpo vi sono fenomeni che la nostra coscienza percepisce intuitivamente. Il suo carattere riflessivo che ci autopercepisce in un passato, in un presente, in un futuro, fa sì che noi possiamo applicare queste categorie anche ad un oggetto.
La prima considerazione che facciamo a riguardo di un moto è che il corpo si è spostato. Prima era lì ora è qua. Questa si esprime, nello sviluppo del sistema euclideo, con un cambiamento di coordinate cartesiane. (Non mi dilungo sul senso dello spazio implicito nel sistema cartesiano).
La seconda osservazione (ricordiamo sempre intuitiva) è riferita al fatto che il corpo si muove. Questo fenomeno, che trasceso nel suo perdurare è stato definito come velocità, è descritto dalla formula                                             
                                                  \vec {v} =  rac {\vec {p'}-\vec {p}}{t'-t} =  rac {\Delta\vec {p}}{\Delta\ t}
Il cambiamento di posizone in rapporto al tempo
Vorrei salvare il povero tempo della formuletta dalle speculazioni astratte. Se esso sia oggettivo, soggettivo, reale o immaginario. Esso è semplicemente la modalità della nostra esistenza che percepisce se stessa.
Un ultima constatazione si rivolge al variare della qualità del corpo tra la sua staticità e  il suo movimento. Noi riusciamo quindi a percepire una variazione di velocità.

                                           \vec {a} =  rac {\vec {v}_2 - \vec {v}_1}{t_2 - t_1} =  rac {\Delta\vec {v} }{\Delta t}
 
L’accelerazione è quindi sensibilmente nella nostra capacità di realizzarla intuitivamente.
Ecco un esempio semplice, ma di importanza incommensurabile della possibilità dell’uomo di trascendere i fenomeni, cioè di ricostruire un mondo sopra una visione che via via lo comprende (lo afferra) sempre più in profondità. Questo perchè comprende con maggior profondità le strutture mediante le quali lo percepisce.

D’altra parte l’astratta percezione della variazione di spazio e della variazione di velocità unite alla importanza che noi diamo all’acquisizione di queste idee, può trarci in inganno. Possiamo quindi arrivare a dire che lo studio della variazione sia di fondamentale importanza per la ricerca scientifica del moto dei corpi. Così facendo proseguiremo nello studio della variazione dell’ accelerazione cercando di determinare le variazioni di accelerazione nel tempo e, via via, potremmo continuare su questa strada all’infinito.
Ora ciò che mi preme e riportare all’attenzione le evidenze della coscienza. Quest’ultima non ha nessuna percezione della variazione di accelerazione. Essa nell’osservare un moto non distingue se esso (nel caso di progressivo aumento della velocità) subisca una variazione di accelerazione o semplicemente una accelerazione costante molto forte. L’accelerazione infatti è l’estrema relazione trascendentale che la coscienza può porre nell’osservare un corpo prima fermo e poi in movimento, nell’osservare in sintesi il movimento (che noi concepiamo solo avendo coscienza della stasi di un corpo). Ciò non toglie che sia possibile analizzare (solo con apparecchiature scientifiche) i moti che ci circondano esclusivamente in funzione delle variazioni di accelerazione, dimenticando i passaggi essenziali che ci hanno condotto a questa funzione matematica.

Il mio intervento non si rivolge quindi ai fisici che intendono studiare la variazione di accelerazione, ma a questa metodologia che oggi è predominante nella ricerca scientifica e, più grave, nell’insegnamento universitario. Lo studio di funzioni di funzioni legate alla nostra percezione evidente  (la formula della velocita è una funzione dello spazio ecc…) , di integrali di integrali rappresentano gli strumenti odierni del matematico. Lo studio di una concezione spaziale a quattro, cinque, infinite dimensioni è ciò che spesso viene definita come una concezione più avanzata della fisica e studiata (rigorosamente sulla carta) da schiere di fisici senza che si avverta che quelle costruzioni non possono Edmund Husserlfar parte dell’uomo di oggi ne lo potranno fare nell’uomo che vivrà nel 3007; e se così è, i loro risultati non entreranno per nessuna porta nella sua vita.
Questa discussione, secondo me, è un esempio di riconduzione dei principi scientifici al loro siginificato: il rapporto con i fenomeni. La fenomenologia non ha altro obiettivo. Essa, d’altra parte, risulta indigesta nella lettura del tortuosissimo Husserl proprio perchè egli non aveva definitivamente abbandonato (seppure lo abbia fatto più di ogni altro) tutte le allettanti promesse che il pensiero scientifico poneva con la sua presenza. Presenza incontrovertibile ed ineludibile per chiunque oggi voglia proporre una visione chiara dell’uomo.

18 gennaio 2008, venerdì at 16:18 Lascia un commento

Sull’essere maschile e femminile

L’opinione che voglio esprimere richiederebbe una spiegazione preliminare di alcuni concetti che utilizzerò. Spero di poterla rendere nei prossimi interventi ma l’ora è tarda e la funzione che questo blog ha per me non è solo quella di poter rendere pubbliche le mie idee, ma anche quella di registrarle quando queste sono ancora fresche e (abbastanza) chiare.

Dunque… la funzione maschile nell’essere umano è la qualità dell’essere maschile animale coniugata con il suo essere autocosciente. Ricolleghiamoci al post precedente: l’autocoscienza si  delinea come infinito dialogo riflessivo, cioè come azione1 e succesiva percezione  (direi esterna anche se è improprio) di questa azione.

Il significato dell’essere maschile è sempre stato legato alla territorialità. Il maschio si è reso insostituibile  nel momento in cui si è esperita la superiorità di una specie vivente attraverso la  difesa del territorio, dello spazio vitale necessario alla sopravvivenza della femmina (da sempre insostituibile) e della prole. Saltando diverse fasi possiamo ora constatare come questa difesa di forza sia trascesa nel dominio e quindi nella  conoscenza del territorio, realizzato ed inteso ad un certo punto come mondo. Le forme della giurisdizione, della religione, della filosofia, della scienza sono sempre state di pertinenza maschile per queste ragioni. La speculazione e le rappresentazioni ideali costituiscono la ricerca di quelle caratteristiche comuni (analogie) nella molteplicità, inizialmente irriducibile, dei fenomeni al fine di ottenere tramite un unica visione il controllo su di essi.
Solo una persona inguaribilmente positivista (innamorata della scienza) potrebbe fraintendere questi miei passaggi come una affermazione del primato maschile. Seguendo il senso del mio discorso si capirà dove voglio portare l’attenzione. L’esercizio continuo della riflessione maschile ha infatti condotto nei suoi risultati più trascendentali, ed è il caso della civiltà occidentale, a due effetti:

1) La conoscenza delle strutture di coscienza che regolano la nostra percezione, all’interno delle possibilità umane di comprendere la rappresentazione del mondo (non di comprendere il mondo), arrivando ad esaurire il processo propriamente scientifico che ebbe inizio con l’Umanesimo.

2) La riflessione  è oggi (e per la prima volta nella storia dell’uomo occidentale) quasi unicamente oggetto della riflessione stessa. Il legame con l’azione, sempre più debole, si è quasi completamente scioltoa. E’ diventata, grazie ai suoi evidenti meriti, l’idolo di una civiltà che non si rende conto della fine della sua missione. Missione che è stata quella di fornirci una rappresentazione dello spazio e del tempo evidente, indiscutibile e perciò universale; ma che, attraverso uomini ben lontani dall’essenza del processo scientifico2, ci ha consegnato l’idea di progresso scientifico infinito il quale, oggi lo vediamo, ha messo al centro le esigenze di sedicenti scienziati rispetto all’agire dell’uomo. Come non vedere che la interminabile crisi dell’occidente coincide con la crisi dell’uomo (maschio e di qualsiasi ceto) assorbito nelle sue aspettative riflessive?

Qui subentra il ruolo femminile. Cosa è significato rivestire questo ruolo durante questo processo?
La donna, ovviamente, non è rimasta passivamente al palo. In questo periodo ha seguito il percorso di trascendenza della riflessione avviato dall’uomo ma lo ha fatto rimanendo aderente a quella che è la sua essenza. Questa è legata a doppio filo all’ azione; l’azione vitale necessaria al sostentamento della specie (la sua persona, i figli ed il maschio).
Il suo contributo, determinante quanto quello dell’uomo, è stato quello di selezionare le conseguenze sempre più inconsapevoli – nei confronti della sopravvivenza della specie – che la riflessione maschile ha portato con sè nel corso dei vari “salti di coscienza” della storia umana
Così la sua riflessione trascende sì, ma rispetto all’immanenza dell’azione (sua priorità assoluta). E’ una riflessione sull’attività vitale che si differenzia dalla riflessione speculativo-territoriale maschile.
Mentre l’uomo corre il rischio di considerare le riflessioni come essenziali, arrivando a confrontare tra loro solo riflessioni e perdendo così il contatto, il tatto con il mondo della vita, la donna non corre questo rischio. Da parte sua, però, non rimane estranea alle distorsioni della trascendenza riflessiva. Semplicemente la applica trascendendo il significato dell’azione, attribuendole un valore che effettivamente non ha per i fini vitali3. Da qui il senso di tutte le incomprensioni, della guerra dei sessi, della copiosa produzione da parte dell’uomo (detentore tra le altre cose del dominio su alcuni prodotti della riflessione maschile: la storia e i sistemi di comunicazione. Cosa che non ha reso possibile il processo contrario) di luoghi comuni sulla donna.

Ciò che intuisco riguardo ai risvolti di una tale situazione è la necessità di riportare il cammino iniziato dall’uomo occidentale alla sua condizione vitale. Un cambio di rotta che può essere agevolato con la messa al centro delle qualità che la donna naturalmente possiede. L’uomo  dovrebbe ricorrere ad un’epochè, cioè una messa tra parentesi delle sue rappresentazioni ideali, che oggi riscontro assai poco osservandomi intorno. Questo lo credo fermamente. Non si può continuare a privilegiare un processo scientifico che, per le caratteristiche descritte, da una parte esclude il contributo femminile e dall’altra non fornisce più rappresentazioni del mondo efficaci ed intuibili alla coscienza. La presa d’atto di questo dato dovrebbe perlomeno farci riflettere sulla validità del percorso scientifico a tutti i costi; se effettivamente valga la pena proseguire nel battere una strada, ormai diventata un sentiero pieno di rovi, utilizzando una sola gamba. L’Occidente (nella sua vera totalità) deve prepararsi ad affrontare questa situazione. Anche se l’Oriente sembra più preparato a farlo. Forse perchè è meno pre-parato.

1 Dovrò nel prossimo post rettificare un errore sostanziale sfuggitomi nella discussione su Peirce 
a Non sto parlando dell’umanità. Mi riferisco ad una caratteristiche che riscontro con diversi gradi in ogni persona che conosco, direttamente ed indirettamente.  
2 Galileo, Newton ed Einstein non sembravano curarsi del concetto di progresso nei loro studi. Se Einsten lo avesse fatto, si sarebbe sicuramente arrestato di fronte al significato dei suoi studi, e non mi sto assolutamente riferendo alla vicenda della bomba atomica
3 Quando mi capita di parlare con un ragazzo di concetti, teorie, massimi sistemi, senso della vita ecc.. succedono tante cose: si apre un  confronto più o meno libero, si trova qualcosa nell’altro che può tornare comodo, si arretra di qualche posizione. Spesso non si giunge a vere conclusioni. quando lo si fa raramente gli oggetti trattati incidono, nel giorno, nella settimana o nel mese seguente. Quando anche fosse si tratta di ovvietà. Dipende dalla maturità del ragazzo con cui parli.
Parlare di questi astratti argomenti, nel senso di una ricerca riflessiva (e dovrebbe essere chiara, a questo punto, l’esatta considerazione che ho nei suoi confronti), ad una ragazza matura è il peggior servizio che si può fare a lei ed a te stesso. La miglior cosa da fare in questi (splendidi) casi è fare. Ciò che invece mi capita nel confronto con una ragazza immatura è constatare come ogni rettifica proposta ad una sua convinzione venga accolta come la messa in discussione della sua stessa personalità e dignità.

16 gennaio 2008, mercoledì at 00:33 Lascia un commento


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