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Su Galileo e sull’aborto

Questo testo è un commento ad un articolo di koufax: Il processo a Galileo.  http://koufax.wordpress.com/2008/01/19/106-19-1-08-il-processo-a-galileo/#comment-54

Il passo avanti di Galileo infatti non riguarda la rappresentazione ma la concezione di ciò che ci circonda. Galileo attirò Sistema solare secondo Copernicosu di se gli strali della chiesa per ragioni ben più profonde della disputa eliocentrica.
Galileo tramite una pietra che tratteneva la luce dimostrò, nel buio della stanza dove i giudici ecclesiastici lo ascoltavano, che la luce era materia, materia come tutto il resto, e non sostanza divina che si propagava nel vuoto.
In secondo luogo le osservazioni lunari affrontavano il problema cosmologico assai più profondamente della teoria copernicana. E non per rappresentazione ma per gli assunti che fondano la visione di Galileo.
Se lei osserva le raffiguarzioni storiche della teoria copernicana noterà che i pianeti ed il sole non vengono rappresentati differentemente dalle teorie tolemaiche. Sono corpi celesti. Non ruotano più attorno alla terra ma sono comunque in una categoria qualitativamente differente da essa.
I disegni che Galileo, per mezzo del telescopio, eseguì della Luna infransero questa fondamentale impostazione. Disegni della Luna effettuati da GalileoLa Luna aveva monti, pianure e morfologia analoghe a quelle terrestri. Qui è la differenza, qui si riconosce il principio della scienza a Galileo e non a Copernico o a Keplero. La terra non è il giardino di Dio in mezzo agli astri. Tutto, ma proprio tutto, è materia e non ci sono più le sostanze e gli accidenti di Aristotele. Non è la Verità, ma è l’origine di un nuovo ed irreversibile modo di concepire il tutto, più che l’origine del pensiero scientifico. E’ l’origine di tutte le grandi leggi scientifiche. Se non ci sono più differenze qualitative, ma solo quantitative (di materia) il passo al “nulla si crea e nulla si distrugge” è presto fatto. Il passaggio alla chimica è solo una questione di applicazione. Lei ha visto bene che le teorie scientifiche non sono che strumenti (rappresentano, non presentano), ma il suo modo di pensare è comunque interno alla concezione galileana, che lei lo voglia o no. In qualsiasi ambiente si trova ad operare sa bene che può disporre di un certo numero di risorse e solo su quelle dovrà fare affidamento; che ad ogni nostro agire ci sono dei limiti materiali e il bilancio di questi è sempre intuitivamente presente alla nostra coscienza.
Sa bene che su quello che afferma può metterci la mano sul fuoco solo metaforicamente e non realmente. Questo prima di Galileo non era chiaro e non per creduloneria. La prova del fuoco era praticata da eminenti intellettuali proprio per questa confusione tra qualità (della propria onestà, dello spirito del fuoco) e quantità (la natura materiale del fuoco). Quindi un uomo pre-galileano oggi non può esistere e lei non lo è. Il caso limite di questa paradossale opposizione all’essere scientifico che risiede in noi è rappresentato dall’estremismo islamico. Un estremismo che utilizza la tecnologia occidentale per opporsi al mondo occidentale, perchè in mano all’immoralità tecnologica, cioè in mano alla superiorità di un mondo spiegato sotto i principi galileiani-newtoniani, rispetto a quello spiegato sotto principi teologici. Ecco, la sua posizione, seppur in modo non così grossolano, è comparabile a questa appena esposta.
La verità. Del resto la Chiesa era già ai tempi di Galileo sul piano concettuale di Galileo. La cosmologia è la risposta ecclesiastica analoga alla risposta che Galileo tentò di dare alla domanda di significato che si poneva, in quel momento, nel mondo occidentale. E’ una teoria che non si fonda sulla Scrittura ma su Tolomeo ed Aristotele mediati dalla Scolastica medievale. Ma la domanda cosmologica è totalmente esterna all’originale messaggio di Cristo perchè non era nell’orizzonte umano ai tempi di Cristo. La risposta di Cristo riguarda l’universalità dell’essere umano, altro ambiente di coscienza nel quale lei ed io (che non sono praticante o credente) viviamo, che lo vogliamo o no. La rivoluzione cristiana è questo. La pari dignità di essere umano di tutti. La fine della schiavitù, che non era una condizione sociale solamente, ma un intero modo di concepire l’essere umano. Lo schiavo “era in grado di comprendere solo gli ordini del padrone”, non era in grado di fare altro e questo stato di cose non era una imposizione padronale sancita in mala fede, ma una verità indiscussa precristiana. Di lì in poi anche anche lo schiavo della gleba, lo diventa per sua responsabilità, per un dovere che deve compiere, non perchè sia costituzionalmente altro dall’uomo degno. Chi è sottoposto alla corvèe è figlio di Dio come tutti noi.
Questa uguaglianza costitutiva tra gli uomini è l’unica premessa necessaria ad un’uguaglianza costitutiva del mondo che ci circonda. Un esito impossibile per la classicità greca o romana, seppure gli studiosi (per lo più marxisti) non se lo spieghino dato l’elevato livello tecnologico raggiunto da queste civiltà. Il riconoscimento dell’eterna legge interna dell’uomo è la premessa alle leggi che spiegano l’esterno, cioè alla ricerca di leggi che possano valere per tutti (ed i concetti di gravità universale, di attrazione elettrica, di formula chimica rispondono a questa chiarezza di evidenza comune a tutti). Per questo Galileo si dichiarò sempre cristiano, fino al punto di ritrattare tutto. Non volle cadere nel materialismo. Farlo avrebbe significato (anche se di questo Galileo probabilmente non era cosciente, ma lo sentiva) rinunciare a quella premessa cristiana che era la base del suo lavoro. Oggi quella ritrattazione viene considerata una debolezza dal mondo scientifico dovuta alla paura della punizione. Per me non fu debolezza, ma una dimostrazione di vicinanza a Cristo maggiore di quella manifestata dalla gerarchia ecclesiastica. Un materialista puro e ateo non sarebbe mai potuto giungere a questa rivoluzione.
Poi lei ha ragione nell’affermare che con Einstein la scienza tocca il suo limite. Ma ce ne passa a rimettere in discussione tutto. Il contenuto scientifico della relatività è (e rimarrà) oscuro a tutti. La sua portata è invece semplice. Il sistema spazio temporale costruito da Galileo-Newton-Cartesio è relativo perchè ce ne sono un numero potenzialmente infinito (il paradosso dei gemelli). E’relativo, ma è quello che la nostra coscienza utilizza intuitivamente nel collocare il mondo circostante. Riusciamo a ragionare in quattro dimensioni solo se abbiamo confidenza con gli strumenti della matematica, se facciamo un uso strumentale della matematica. Ma l’essenza della matematica e della fisica è nata per darci una struttura di conoscenza vicina al nostro dialogo di coscienza interiore. E questa struttura è quella tridimensionale.

Torno alla dignità dell’uomo per rispondere al post sull’aborto. L’intuizione maschile dell’uguaglianza dell’uomo è “figlia” dell’essenza femminile di madre. La madre afferma il suo legame materno aldilà di ogni tratto apparente del figlio: può essere bello, brutto, sveglio o avere handicap, la sua protezione sarà forte, allo stesso modo, in tutti i casi. Tutte le apparenze giacciono in un piano indifferente ed identico rispetto all’amore. Il rapporto col figlio indica l’idea di uguaglianza alla massima potenza. Quando una donna decide che non sarà in grado di garantire quella dignità che ritiene opportuna al figlio, lo fa nel più grande dolore che possa provare un essere umano. Un dolore che incide sul più forte sentimento umano e sul quale non si può discutere ne aggiungere nulla, come in realtà si vuol fare con la revisione della 194. E’quindi lei l’unica a poter giudicare. E’lei che decide cosa è uomo e cosa non lo potrà essere degnamente e la legge che abbiamo con i limiti che tutte le leggi hanno è la migliore in materia. E’ il miglior modo con cui un elefante come lo stato può manovrare degli spilli, quali sono a paragone, i fondamentali dalla coscienza delle persone.
Giuliano Ferrara può tranciare con l’accetta quante sentenze vuole. Ma la semplicità sta in quello che ho affermato io, non nella faciloneria da bar e da titoli di giornali che si sente in queste riaperture strumentali di questioni ormai acclarate, morte e sepolte. Il principio dell’insindacabilità della decisione della madre su quello che per lei può o non può essere un uomo degno di esserlo e ciò che nessun revisionismo patrà mai abbattere.
Da questa prospettiva si vedono bene le ridicole pretese degli uomini (maschi, tutti maschi) di attribuire qualcosa di umano all’embrione. La mancanza di considerazione delle verità di coscienza da parte di alcuni scienziati (o più spesso scientisti) fa sì che essi scendano nel campo della gerarchia ecclesiastica e si mettano a discettare su cosa sia o non sia vita, su quale stadio indichi la presenza di vita o meno. La vita è un concetto astratto; la donna, nella sua innata missione di dare e protteggere la vita, decide concretamente quando non c’è alcuno spiraglio per poter compiere questa missione da essere umano e non da bestia. Il suo limite d’azione è la nascita. Di lì in poi, lo Stato assicura (dovrebbe farlo e spesso lo fa) tutti i mezzi per il sostentamento materiale del figlio (con o senza madre).

Add comment 21 Gennaio 2008, Lunedì

Lettera a Umberto Galimberti

Pubblico una lettera (con qualche modifica successiva) che ho spedito ad Umberto Galimberti
Le scrivo a proposito del suo intervento “Lo stupore e la fede” pubblicato su “D” di Repubblica.  
Le mie osservazioni riguardano due punti: 1) lo stato odierno della religiosità e 2) la risposta che ha dato al Lettore e quella che avrei dato io.
1) Mi meraviglio sempre quando intellettuali come lei (aggiungo ad esempio Scalfari) rimproverano alle gerarchie religiose e ai loro seguaci la perdita dell’originalità del messaggio cristiano. Io credo che voi sappiate quanto i fondamenti di quel messaggio siano penetrati a fondo nella civiltà occidentale; come essi siano la base (spesso rinnegata) delle più moderne teorie politiche, tra le quali anche il marxismo. Soprattutto essi hanno costituito lo sfondo indispensabile per la nascita del pensiero scientifico. La riscoperta dell’idealismo greco poteva avvenire solo in quel contesto cristiano.
Il pensiero scientifico è quindi assai più debitore alla base cristiana che alla sua proiezione in chiave greca perchè innanzitutto ne condivide l’assioma di universalità dell’essere umano. Universalità dell’essere uomo che manca sostanzialmente nelle visioni dei filosofi classici greci. (Il corsivo si riferisce alla vicenda degli schiavi).
Dunque uno dei due elementi fu sicuramente  insostituibile ; l’altro probabilmente diede una energia di attivazione necessaria a risvegliare le coscienze contro la sclerotizzazione del pensiero cristiano cristallizzato nelle sue strutture politiche. 
Non mi interessa stabilre le priorità del cristianesimo, ma unire i fenomeni della religiosità monoteista (quando nacque) e della scientificità (quando nacque) sul piano unico delle più adeguate risposte ai problemi che l’uomo affrontò nella sua vicenda autocosciente. Quindi lei ha ragione ad affermare che “le menti degli uomini occidentali [sono state] rese sgombre della condizione estatica dello stupore”. Ma credo che questa situazione ideale vada collocata nel tempo. La maggior parte della gente, leggendo simili considerazioni e altre dello stesso tono, purtroppo è portata a credere che l’uomo sia vissuto nella creduloneria per un paio di millenni.
Ritorno al punto: oggi, lei come spera di poter influire su chi considera la costituzione del mondo una questione che si riconduce in primo luogo alla parola cristiana? Queste persone, vista questa priorità, non hanno nessuna speranza di comprendere la portata del dato scientifico ed il limite vero che esso ha in sè, pur adoperando quotidianamente rappresentazioni della realtà di tipo scientifico. Non si dovrebbe occupare il tempo (e molti lo fanno) ad impostare un dialogo che è al principio non impostabile. La ricerca di dialogo è appunto la conseguenza della percezione di due mondi separati e opposti che sono in realtà uniti per essenza già ora e non lo saranno, nel riconoscimento generale, grazie alla perseveranza di un colloquio impossibile. E’ un errore che il filosofo e il sociologo1 di oggi commettono perchè, dal pari loro, non riescono a liberarsi completamente della mentalità scientifica sclerotizzata, il positivismo, che è oggi dilagante ed inarrestabile anche in coloro che individuano i problemi generati dalla mentalità scientifica e vi si oppongono. 
2) L’ultima osservazione ci riporta al secondo punto. La situazione del ragazzo di Catania l’ho riscontrata in molti dei miei coetanei più brillanti ed io stesso l’ho superata con molti sforzi. La sua lettera conteneva due punti fondamentali:
- il progresso tecnologico infinito
- la possibilità che questo porti ad una conoscenza profonda di noi stessi, tramite la conoscenza esatta delle condizioni materiali che compongono la nostra persona.
La faccenda dei miracoli2 è solo una riflessione particolare di questi presupposti. Comprendo benissimo che lei non si sia potuto soffermare per tre o quattro giorni (come ho fatto io) sull’ennesima lettera che riceve. Quello che non mi convince è il contenuto della risposta. Non ho trovato la negazione del valore del progresso tecnologico. Questa avrebbe portato ad affermare che la più esatta definizione dei processi neuronali fino alla totale prevedibilità dei medesimi, casomai l’umanità si decida veramente a conseguirla, non sposterà di un centimetro la risposta all’urgenza di autocomprensione che l’uomo da sempre ha. L’autocoscienza realizzata è molto più profonda e molto più semplice allo stesso tempo e soprattutto sorge volontariamente da esigenze e percorsi soggettivi e non potrà mai essere imposta per legge scientifica, grazie allo studio degli accidenti galileiani. Il dramma paradossale dell’Occidente è che è percorso da  “fatti” che indicano la via a  questa semplicità e da persone, da coscienze semplici che la negano sempre più e, per via di quella falsa percezione di progresso, si rifugiano nella complessità; di più, nel valore della complessità come segno inequivocabile del moderno. Ma la complessità porta ad un’oscurità, a non poter percepire il tutto chiaramente, ma solo il tutto nelle sue varie parti di volta in volta. I vari lati del rapporto con il mondo che non sono congruenti tra loro generano una domanda interiore di unità. Se l’uomo non si libera di quelle rappresentazioni che lo hanno condotto alla sua incongruenza, allora lì può inserirsi un principio unificante esterno: il miracolo, o la fede nella comunità scientifica (bel modo di delegare una responsabilità individuale e concretamente controllabile ad una entità collettiva ed astratta) o più sottilmente, la fede nella ragione che a parere mio traspare dalle sue ultime parole rivolte al ragazzo di Catania. Solo questa “fede” (mi passi il termine e non lo paragoni ad un fede dogmatica) può paventare un “oceano dell’irrazionale” che io non trovo nella storia umana. A parer mio le più atroci efferatezze, come il nazionalsocialismo hitleriano, nascono nella medesima rappresentazione di fondo dell’uomo che , nell’esempio del nazismo, scaturiva dal positivismo di fine Ottocento. Parlo di fatti orrendi, ripugnanti, atroci ma non irrazionali. (Mann scrive, secondo me inconsapevolmente, pagine illuminanti sul rapporto intellettualismo-barbarie nel Doktor Faustus). Quei fatti, però, non sono altro dall’uomo come vuol far passare la storiografia occidentale. Sono il segnale di un problema, di una richiesta la cui risposta è tutt’altro che nelle democrazie occidentali e nei filosofi che sono venuti formandosi. Essi non hanno colto che la genesi del fenomeno nazista non risiedeva proprio nelle dure condizioni imposte alla Germania nel primo dopoguerra o nella follia che di tanto in tanto funge da valvola di sfogo della ragione.
  Torno alla ragione. Credo che non si possa trasmettere un’immagine minimalista di essa. L’isola dei “buoni ragionamenti, anche se modesti”, “utili per garantire..”. Un filosofo deve avere il coraggio di andare a fondo e scegliere. O abbracciare quella ragione che permea i grandi problemi della modernità. O lasciarla a favore della coscienza chiara di se stessi cercando di comunicare questa possibilità quanto più possibile. La semplicità del messaggio porterà meno concetti e libri da scrivere ma  più “vita” da comunicare.
Ad esempio, a parere mio, occorreva separare definitivamente questa apparente unità tra ragione ed autocoscienza e rispondere a quel ragazzo che le ha scritto: “Caro Davide, se lei ha scelto di studiare biologia, come son convinto, per questi e questi altri motivi lasci perdere serenamente perchè lei non solo ha sbagliato mira ma ha le spalle rivolte al bersaglio”.
1 La cosa è meno grave per il sociologo che, a differenza del filosofo, non ha alcuna possibiltà di ottenere dalle sue metodologie alcunchè di essenziale sulla cosiddetta società.
2 Egli si chiedeva se con le future scoperte in campo scientifico si sarebbero potute eliminare (su che piano?) le false credenze che i miracoli generano.

Add comment 19 Gennaio 2008, Sabato


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