Prima di riprendere il discorso

6 Giugno 2008, Venerdì

E’ chiara dal mio precedente intervento l’impostazione profondamente diversa della mia ricostruzione della storia musicale. Il ritrovamento delle vere fondamenta dell’oggetto musicale ci porterà così all’armonioso passaggio da quelle che chiamiamo musica colta alla (cosiddetta) musica popolare di consumo.
Nel contempo possiamo inserire il tema della libertà d’espressione musicale nel periodo delle grandi dittature e fermarci ad una preliminare osservazione prima di continuare: i regimi politici hanno poco o nulla influito sull’espressione dei valori affettivi e musicali dei musicisti mediante la propria musica. In sostanza il clima politico non ebbe ripercussioni sull’affermarsi di un certo numero di talenti nelle varie zone europee; quindi sia sotto regimi dispotici che sotto regimi liberal-democratici abbiamo l’affermarsi dei vari Stravinskj, Puccini, Berg, Debussy, Dvorak, Gershwin, Prokofiev, Shostakovich. Così se l’affermarsi di personalità musicali nei regimi liberali è apparentemente semplice da spiegarsi (Schoenberg in realtà ci descrive i limiti di questa libertà) non altrettanto si può affermare degli esponenti attivi in terra russa.

Il caso di Shoastakovic ci fornisce alcune importanti indicazioni. Nella sua vita troviamo la possibilità di far emergere il proprio valore musicale all’interno delle pesanti limitazioni del regime staliniano. Molti affermano che in uno stato di libertà espressiva totale il compositore russo ci avrebbe regalato i suoi maggiori capolavori. Del resto il suo carteggio ci mostra una evidente attrazioni verso i nuovi linguaggi musicali del primo Novecento europeo. Ma siccome gli studiosi confondono la monumentalità del talento dei compositori con la monumentalità della loro vita, essi dipingono i ritratti dei musicisti con una sorprendente coincidenza tra la perfezione delle loro opere, con tanto di minuziosa e musicologica descrizione, ed una vita intellettualmente coerente pur con qualche difetto nella personalità. Non mancheranno poi di collegare sensatamente questi difetti con la creatività del compositore. Niente di più fuorviante.
L’epistolario di Shostakovic ci offre innanzitutto una persona immatura, spesso infantile. La sua personalità è di orientamento passivo come ci descrive il suo estremo bisogno del consenso del pubblico. Se ne deduce che le sue aperture avanguardiste avevano carattere essenzialmente ludico. Soprattutto il suo dramma vero, il terrore, non riguardava la possibiltà di espressione limitata dal regime ma il timore delle punizioni corporali. Dal punto di vista musicale egli si adeguava alle correzioni impostegli, componendo materiale che comunque, e di questo egli non era consapevole, portava impresso indelebile il suo sigillo. Lo stimolo che lo spingeva era la prossima composizione e non un programma artistico generale che facesse da guida al suo operato. Se dissidio interno ci fu, fu per ragioni più eminentemente pratiche: sentendosi pienamente compositore venne a trovarsi in un sistema che proteggeva integralmente i compositori ma del quale soffriva la burocrazia, non in quanto limitante la sua libertà artistica, ma semplicemente in quanto promotrice sullo stesso livello di compositori ben più mediocri di lui. Bene, non la storia, ma l’evidenza dei valori musicali hanno dissipato le nebbie di questa sua fragilità sancendo il permanere di Shostakovich nella musica di sempre e relegando la gran parte di compositori russi che lo circondavano nell’oblio.

Così il problema se fosse meglio il potere di uno stato o quello di un élite intellettuale e artistica a dirimere le questioni di gusto musicale viene riformulato. Più precisamente si pongono i due giudici ad una pari distanza dal nocciolo della questione. La tremenda repressione staliniana incarnava principi di fruibilità musicale disattesi nelle grandi capitali della cultura europea. E da un punto di vista sociologico la discussione potrebbe dilungarsi con buone e coscienziose argomentazioni a favore della mia tesi. Da un punto di vista soggettivo ed essenziale la volontà di una persona di abbandonarsi alla musica alla sua legge lo fa sorvolare ben più in alto delle questioni “programmatiche” o “impegnate” della musica.

Argomento questo che tocca da vicino la figura di Richard Strauss. La sua lunga carriera artistica mostra come i segni delle sue composizioni non mutarono con l’alternarsi dei regimi politici. A giudicare solo dall’ascolto non notiamo alcun cambiamento nei suoi lavori nelle immediate vicinanze dei passagi di regime. Risulta a tal proposito inutile, o comunque irrilvevante, sapere se egli avesse intimamente aderito alle istituzioni naziste (come testimonia la sua presidenza della Camera musicale del Reich) o se avesse tentato di proteggere clandestinamente alcuni suoi conoscenti ebrei.

Quindi la personalità musicale soggettiva è ben ancorata alle proprie immagini musicali. Immagini che sempre e per qualsiasi via riescono a penetrare il muro fragile del controllo statale o della critica intellettuale. Prokofiev e Stravinskij emigrarono perchè la loro tecnica ed il loro gusto musicale era d’importazione e avrebbero avuto ben poche possibilità di radicarsi nella in una società russa sempre più polarizzata tra una plebe totalmente esterna ai movimenti musicali popolari del XIX secolo (integrazione che abbiamo in Itaia e Francia con il fenomeno dell’Opera) e le sempre più ristrette file di intellettuali filo-occidentali. Shostakovic dal canto suo non emigrò perchè troppo legato alla materna disponibilità dello Stato, per quanto inflessibile nei contenuti politici. L’attrazione che mostrava per le avanguardie non superò mai il livello di curiosità. Ed è patetico osservare come i suoi migliori brani vengano descritti dalla critica attuale come mascheramenti e rinnegamenti di chissà quali vertici artistici non emersi dalla penna (sempre in movimento) del compositore russo.
Certo sembrerà il mio discorso un filo conservatore. Ma per meglio capire quello di cui sto parlando tempo fa m’immaginai una classica situazione del pozzo. Dovessimo scegliere tra due brani da portare dall’oggi al domani senza che poi avessimo alcuna memoria delle musiche passate; tutto dimenticato, senza possibilità di recupero. Questi due brani erano il secondo movimento del concerto n.2 per pianoforte ed orchestra di Shostakovich ed un qualsiasi brano degli spettralisti francesi. Bene questi ultimi (secondo la critica attuale) sono la diretta filiazione della predilezione francese verso la cura del timbro. Discendenti della nobile famiglia dei vari Berlioz, Debussy, Messiaen etc.. . Il primo brano è invece, scritto in forma tonale classica, senza particolari novità tecniche che ce lo inseriscano in un determinato periodo storico. Bene tra questi due esemplari quale ci permetterà di ricostruire il significato musicale in u mondo senza musica? A quale oggetto la nostra coscienza vergine (o quella di un bambino) si avvicinerà per affinità elettiva? Quale ci permetterà di seguire il filo melodico come tragitto logico e di affiancarlo agli infiniti tragitti che noi compiamo quotidianamente? Quale, a causa delle domande precedenti, avrà infine un valore affettivo, cioè andrà ad accompagnare con il suo dialogo di uguaglianza e diversità contemporaneamente i nostri percorsi di coscienza che sul dialogo identità-diversità si fondano?

Infine, quali sono le risposte che oggi il mondo musicale fornisce a questi interrogativi? Lo vedremo nel prossimo intervento.

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