Sull’essere maschile e femminile

16 Gennaio 2008, Mercoledì

L’opinione che voglio esprimere richiederebbe una spiegazione preliminare di alcuni concetti che utilizzerò. Spero di poterla rendere nei prossimi interventi ma l’ora è tarda e la funzione che questo blog ha per me non è solo quella di poter rendere pubbliche le mie idee, ma anche quella di registrarle quando queste sono ancora fresche e (abbastanza) chiare.

Dunque… la funzione maschile nell’essere umano è la qualità dell’essere maschile animale coniugata con il suo essere autocosciente. Ricolleghiamoci al post precedente: l’autocoscienza si  delinea come infinito dialogo riflessivo, cioè come azione1 e succesiva percezione  (direi esterna anche se è improprio) di questa azione.

Il significato dell’essere maschile è sempre stato legato alla territorialità. Il maschio si è reso insostituibile  nel momento in cui si è esperita la superiorità di una specie vivente attraverso la  difesa del territorio, dello spazio vitale necessario alla sopravvivenza della femmina (da sempre insostituibile) e della prole. Saltando diverse fasi possiamo ora constatare come questa difesa di forza sia trascesa nel dominio e quindi nella  conoscenza del territorio, realizzato ed inteso ad un certo punto come mondo. Le forme della giurisdizione, della religione, della filosofia, della scienza sono sempre state di pertinenza maschile per queste ragioni. La speculazione e le rappresentazioni ideali costituiscono la ricerca di quelle caratteristiche comuni (analogie) nella molteplicità, inizialmente irriducibile, dei fenomeni al fine di ottenere tramite un unica visione il controllo su di essi.
Solo una persona inguaribilmente positivista (innamorata della scienza) potrebbe fraintendere questi miei passaggi come una affermazione del primato maschile. Seguendo il senso del mio discorso si capirà dove voglio portare l’attenzione. L’esercizio continuo della riflessione maschile ha infatti condotto nei suoi risultati più trascendentali, ed è il caso della civiltà occidentale, a due effetti:

1) La conoscenza delle strutture di coscienza che regolano la nostra percezione, all’interno delle possibilità umane di comprendere la rappresentazione del mondo (non di comprendere il mondo), arrivando ad esaurire il processo propriamente scientifico che ebbe inizio con l’Umanesimo.

2) La riflessione  è oggi (e per la prima volta nella storia dell’uomo occidentale) quasi unicamente oggetto della riflessione stessa. Il legame con l’azione, sempre più debole, si è quasi completamente scioltoa. E’ diventata, grazie ai suoi evidenti meriti, l’idolo di una civiltà che non si rende conto della fine della sua missione. Missione che è stata quella di fornirci una rappresentazione dello spazio e del tempo evidente, indiscutibile e perciò universale; ma che, attraverso uomini ben lontani dall’essenza del processo scientifico2, ci ha consegnato l’idea di progresso scientifico infinito il quale, oggi lo vediamo, ha messo al centro le esigenze di sedicenti scienziati rispetto all’agire dell’uomo. Come non vedere che la interminabile crisi dell’occidente coincide con la crisi dell’uomo (maschio e di qualsiasi ceto) assorbito nelle sue aspettative riflessive?

Qui subentra il ruolo femminile. Cosa è significato rivestire questo ruolo durante questo processo?
La donna, ovviamente, non è rimasta passivamente al palo. In questo periodo ha seguito il percorso di trascendenza della riflessione avviato dall’uomo ma lo ha fatto rimanendo aderente a quella che è la sua essenza. Questa è legata a doppio filo all’ azione; l’azione vitale necessaria al sostentamento della specie (la sua persona, i figli ed il maschio).
Il suo contributo, determinante quanto quello dell’uomo, è stato quello di selezionare le conseguenze sempre più inconsapevoli – nei confronti della sopravvivenza della specie - che la riflessione maschile ha portato con sè nel corso dei vari “salti di coscienza” della storia umana
Così la sua riflessione trascende sì, ma rispetto all’immanenza dell’azione (sua priorità assoluta). E’ una riflessione sull’attività vitale che si differenzia dalla riflessione speculativo-territoriale maschile.
Mentre l’uomo corre il rischio di considerare le riflessioni come essenziali, arrivando a confrontare tra loro solo riflessioni e perdendo così il contatto, il tatto con il mondo della vita, la donna non corre questo rischio. Da parte sua, però, non rimane estranea alle distorsioni della trascendenza riflessiva. Semplicemente la applica trascendendo il significato dell’azione, attribuendole un valore che effettivamente non ha per i fini vitali3. Da qui il senso di tutte le incomprensioni, della guerra dei sessi, della copiosa produzione da parte dell’uomo (detentore tra le altre cose del dominio su alcuni prodotti della riflessione maschile: la storia e i sistemi di comunicazione. Cosa che non ha reso possibile il processo contrario) di luoghi comuni sulla donna.

Ciò che intuisco riguardo ai risvolti di una tale situazione è la necessità di riportare il cammino iniziato dall’uomo occidentale alla sua condizione vitale. Un cambio di rotta che può essere agevolato con la messa al centro delle qualità che la donna naturalmente possiede. L’uomo  dovrebbe ricorrere ad un’epochè, cioè una messa tra parentesi delle sue rappresentazioni ideali, che oggi riscontro assai poco osservandomi intorno. Questo lo credo fermamente. Non si può continuare a privilegiare un processo scientifico che, per le caratteristiche descritte, da una parte esclude il contributo femminile e dall’altra non fornisce più rappresentazioni del mondo efficaci ed intuibili alla coscienza. La presa d’atto di questo dato dovrebbe perlomeno farci riflettere sulla validità del percorso scientifico a tutti i costi; se effettivamente valga la pena proseguire nel battere una strada, ormai diventata un sentiero pieno di rovi, utilizzando una sola gamba. L’Occidente (nella sua vera totalità) deve prepararsi ad affrontare questa situazione. Anche se l’Oriente sembra più preparato a farlo. Forse perchè è meno pre-parato.

1 Dovrò nel prossimo post rettificare un errore sostanziale sfuggitomi nella discussione su Peirce 
a Non sto parlando dell’umanità. Mi riferisco ad una caratteristiche che riscontro con diversi gradi in ogni persona che conosco, direttamente ed indirettamente.  
2 Galileo, Newton ed Einstein non sembravano curarsi del concetto di progresso nei loro studi. Se Einsten lo avesse fatto, si sarebbe sicuramente arrestato di fronte al significato dei suoi studi, e non mi sto assolutamente riferendo alla vicenda della bomba atomica
3 Quando mi capita di parlare con un ragazzo di concetti, teorie, massimi sistemi, senso della vita ecc.. succedono tante cose: si apre un  confronto più o meno libero, si trova qualcosa nell’altro che può tornare comodo, si arretra di qualche posizione. Spesso non si giunge a vere conclusioni. quando lo si fa raramente gli oggetti trattati incidono, nel giorno, nella settimana o nel mese seguente. Quando anche fosse si tratta di ovvietà. Dipende dalla maturità del ragazzo con cui parli.
Parlare di questi astratti argomenti, nel senso di una ricerca riflessiva (e dovrebbe essere chiara, a questo punto, l’esatta considerazione che ho nei suoi confronti), ad una ragazza matura è il peggior servizio che si può fare a lei ed a te stesso. La miglior cosa da fare in questi (splendidi) casi è fare. Ciò che invece mi capita nel confronto con una ragazza immatura è constatare come ogni rettifica proposta ad una sua convinzione venga accolta come la messa in discussione della sua stessa personalità e dignità.

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